La risposta non arriva subito, come succede per tutti gli artisti complessi; o come succede la prima volta che ascolti i suoi pezzi.
Sei tentato dall'idea che si tratti dell'ennesimo cantautore indie, di questa nuova generazione di artisti postmoderni che adora crogiolarsi in un finto intellettualismo, per contestare la società, ma che poi, in fondo, si limita a buttare giù testi non-sense e a mettersi nella posizione del "contro" a priori.
Un conformismo da anticonformisti.
Ma Calcutta è diverso.
Te lo immagini subito mentre canta un suo pezzo a Latina; mentre suona con la destra la chitarra e con la sinistra regge un bicchiere di rosso.
Lo vedi sui marciapiedi, lo vedi nei pub, nei locali, nelle osterie.
Che dai radical chic non ha ereditato nulla.
E' un cantautore di strada, un cane randagio, uno che vive di musica, senza fartelo pesare.
E' sfaccettato, una pietra grezza da non levigare, intelligente, a tratti pungente.
Ti si presenta davanti e comincia a cantare, con tutta la naturalezza del mondo, come se venisse a bere un caffè al bar, di fronte a centinaia di persone.
Non si prende sul serio e questo lo rende ancor più geniale.
E' una ventata d'aria fresca - o meglio, di verità - nel panorama musicale italiano, che è di plastica, che è otturato come da concrezioni, che è commerciale, composto da suoni di default e parole svuotate.
Quando lo ascolti live, torni a casa con la convinzione che forse non avesse idea di ciò che stesse facendo, per la metà del tempo, ma lo stesse facendo bene.
Calcutta trascina, è l'amico con cui ti ritrovi a stonare qualche nota in macchina, nel ritorno a casa dopo qualche birra.
Poi, parcheggiata l'auto in garage, ti stendi sul letto e pensi ai testi, alla qualità di un cantautore diverso, che, senza darsi il tono semi-profetico di qualche artista alternativo emergente, demolisce con l'ironia ogni singolo mattone della società moderna.
E allora vedi l'ipocrisia nella famiglia della sua ex, nel pezzo Limonata, con la madre fedele ai pellegrinaggi a Medjugorje e il padre, ascoltatore di De Gregori, mentre intorno a loro ruota tutto lo strano universo dei salotti borghesi di provincia, di una vita a dieta, di rinuncia, BMW e contraddizioni.
Oppure noti la regressione, il ritorno al verde. In un'opera che è di pulizia, di semplificazione.
Si lava la bocca dagli stereotipi, demolisce i luoghi comuni e cerca la verità, che ritrova nel contatto con la natura più primitiva.
"Preferirei perderti nel bosco, che per un posto fisso", Del Verde.
Perché Calcutta è imperfetto, un po' svampito, buffo, sicuramente impacciato, a tratti stonato, come le sue canzoni.
Ma è autentico.
E a fine serata non puoi che volergli bene, come a un vecchio compagno di scuola.
Ma il Calcutta artista è anche un poeta di strada, stralunato e dissacrante, e noi ne abbiamo un disperato bisogno.
Ha molto ancora da raccontare, e noi ci crediamo, ci speriamo ancora, perché possa mantenere la propria incontaminazione... almeno fino al prossimo album.




