domenica 23 ottobre 2016

Camici blu

C'è odore di sapone.  
Il camice monouso blu, quello dei tirocinanti di chirurgia, è due taglie più grande e mi pizzica.
Ci fanno cambiare in uno spogliatoio stretto e lungo, con gli armadietti su entrambi i lati e un corridoio centrale dove può passare una sola persona per volta.
Un'infermiera ci fa segno di seguirla, che siamo già in ritardo. 
I pazienti in sala d'aspetto ci osservano, noi camminiamo veloci per la corsia. 
In fila, in silenzio. 

In chirurgia non si esce, non si mangia, non si va in bagno. 
Una volta entrati nel blocco operatorio, si resta nel blocco operatorio. 
Si esce dalla porta quando tutti gli interventi sono conclusi.

Regola numero uno: non ostacolare gli interventi. 

Non parlare, non intralciare il passo, non lamentarsi.

Regola numero due: farsi da parte, che siamo l'ultimo anello della catena.

Perché prima ci sono gli strutturati, quindi gli specializzandi, poi vengono i masterizzandi, il blocco infermieristico e, infine, i tirocinanti.
Se ci accorgiamo di star male, porre attenzione al rimettere o allo svenire fuori dalla sala. 
Ancora una volta badare a perdere coscienza in un punto che non intralci l'intervento.

Eccoci.

Le parole dell'infermiera sembrano già lontane.
Luci accese, teli verdi.
La mia prima sala operatoria.





Le gambe mi tremano più del solito, ho mal di pancia.
Combatto con le ciocche asimmetriche che scappano fuori dalla cuffia, le spingo dentro.
Accarezzo la porta, l'anta si apre.
Il chirurgo ci accoglie, somiglia a mio padre.
La specializzanda inietta l'anestetico, la paziente agita i piedi, dentro un paio di Converse rosse, numero 37. 
Ne ho un paio identico. 
La paziente è piccola, tredici anni al massimo, pallida, stringe le mani, l'una contro l'altra, con le dita intrecciate, a darsi coraggio a vicenda.
Forbici, bisturi, leve.
Comincia l'intervento e io mi mantengo in un angolo, guardo le immagini filtrate dalla ripresa di una telecamera e proiettate su uno schermo a parete.
Non voglio guardare.
E se mi facesse impressione?
E se cadessi a terra prima di raggiungere la porta?
Sai che figura di merda. 
Poi, passa.
Non so dire precisamente quando.
Non so capirne in perché esatto.
Ma passa.

Passa il mal di stomaco, passano le ansie.
Passano perché guardo la paziente.
Passano perché vedo una ragazzina che fa smorfie di dolore; passano perché vedo una persona che probabilmente ha le mia stessa paura di fare una figuraccia, di mettersi a piangere o di svenire. 
Passano perché in quel momento è sola e forse desidererebbe solo gridare, chiudere gli occhi e fingere di essere da un'altra parte, invece è stesa sul lettino, coperta da teli verdi e non ha altro che noi.
Passano perché nella stanza accanto ci sono un paio di genitori preoccupati, che fanno su e giù.
Passano perché c'è qualcuno che ha bisogno di me e non c'è spazio per la paura.




domenica 9 ottobre 2016

Café Society e l'eterno eco della nostalgia




New York, anni Trenta.

Un giovane Bobby Dorfan lascia l'attività del padre per trasferirsi ad Hollywood, California, in cerca di un impiego presso l'ufficio dello zio.
Presto, Bobby, si ritrova solo nell'ambiente snob di Beverly Hills, fino a quando la conoscenza di Vonny, segretaria ed amante dello zio, stravolgerà la sua vita.







Una commedia brillante, frizzante, intrisa di storia e leggerezza. 
E' impossibile non innamorarsi di ambientazioni e costumi, del jazz e dello scotch, del fascino e del mistero dell'alta società Newyorkese degli anni Trenta. 

Sembra che Woody Allen si sia abbandonato a una dichiarazione d'amore totale verso un'epoca, la sua età dell'oro (come aveva avuto modo di definirla nel film "Midnight in Paris" ndr), in cui Allen si immerge; quell'epoca in cui avrebbe voluto vivere e verso la quale prova un senso di malinconia unico, perché diretto verso un tempo in cui non ha mai vissuto davvero.





E Allen ci riesce.

Perché dalla poltroncina di un cinema sei trasportato sul divanetto in pelle zebrata del locale più in di Manhattan, il Café Society, a sorseggiare Champagne, mentre la voce del narratore scivola, come di velluto, e accompagna un background di storie, di vite, che si alternano veloci attorno al bancone di un bar, al suono del jazz.

L'atmosfera è ovattata, sempre elegante, e ricorda il cinema di quel periodo, fatto di grandi dive e silenzi. 
Gli ambienti sono fumosi, le emozioni non lasciano mai spazio al pathos estremo, si gioca sul significato di leggerezza, sorretto da una ironia velata, sempre intelligente.

Il regista parla di amore, di donne, usando come tramite il talento di Jesse Eisenberg, che si muove nella trama come un giovane Woody Allen, naif, impacciato e geniale, che fa della propria inettitudine emotiva un manifesto e una cifra stilistica.



E' l'eterno eco della nostalgia, delle coincidenze sbagliate, dei cuori fuori tempo.  

E' l'eterno eco, l'amplificazione, di un'inettitudine ad amare e ad essere amati, che è una costante di Allen.


Ma l'impossibilità di possedere ciò che si desidera, diventa quasi un'opportunità, che lascia al protagonista il privilegio della dimensione del sogno.


In altre parole, ancora una volta, dona il privilegio della malinconia.