New York, anni Trenta.
Un giovane Bobby Dorfan lascia l'attività del padre per trasferirsi ad Hollywood, California, in cerca di un impiego presso l'ufficio dello zio.
Presto, Bobby, si ritrova solo nell'ambiente snob di Beverly Hills, fino a quando la conoscenza di Vonny, segretaria ed amante dello zio, stravolgerà la sua vita.
Una commedia brillante, frizzante, intrisa di storia e leggerezza.
E' impossibile non innamorarsi di ambientazioni e costumi, del jazz e dello scotch, del fascino e del mistero dell'alta società Newyorkese degli anni Trenta.
Sembra che Woody Allen si sia abbandonato a una dichiarazione d'amore totale verso un'epoca, la sua età dell'oro (come aveva avuto modo di definirla nel film "Midnight in Paris" ndr), in cui Allen si immerge; quell'epoca in cui avrebbe voluto vivere e verso la quale prova un senso di malinconia unico, perché diretto verso un tempo in cui non ha mai vissuto davvero.
E Allen ci riesce.
Perché dalla poltroncina di un cinema sei trasportato sul divanetto in pelle zebrata del locale più in di Manhattan, il Café Society, a sorseggiare Champagne, mentre la voce del narratore scivola, come di velluto, e accompagna un background di storie, di vite, che si alternano veloci attorno al bancone di un bar, al suono del jazz.
L'atmosfera è ovattata, sempre elegante, e ricorda il cinema di quel periodo, fatto di grandi dive e silenzi.
Gli ambienti sono fumosi, le emozioni non lasciano mai spazio al pathos estremo, si gioca sul significato di leggerezza, sorretto da una ironia velata, sempre intelligente.

E' l'eterno eco, l'amplificazione, di un'inettitudine ad amare e ad essere amati, che è una costante di Allen.
Ma l'impossibilità di possedere ciò che si desidera, diventa quasi un'opportunità, che lascia al protagonista il privilegio della dimensione del sogno.
In altre parole, ancora una volta, dona il privilegio della malinconia.




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