lunedì 8 febbraio 2016

Autoritratto di uno scrittore latitante

Siamo assemblatori di facce.
Ricombinatori impazziti di lineamenti, di baffi, di orecchie, di sopracciglia.
Allestiamo a casaccio frammenti di vita usando tasselli di realtà che appartengono a qualcun altro e che noi abbiamo rubato.
Siamo scrittori.
Siamo programmatori di realtà irreali.
Come gli informatici.
Fabbrichiamo personaggi, commedie, tragedie.
Ma non siamo degli illuminati. 
Non siamo Dio.
La maggior parte del tempo non abbiamo la minima idea di quello che stiamo facendo.
Il resto del tempo ci fasciamo il capo su beghe di stile.











Siamo sognatori su carta.

Siamo irrazionali, arroganti, visionari, egocentrici.

La verità è che non inventiamo nulla.

Valgono per noi le leggi che, nelle neuroscienze, governano il sogno.
Allineiamo frammenti di luoghi visitati in chissà quale vita, vi inseriamo delle controfigure con il taglio di capelli della cassiera del bar di fronte casa, il timbro di voce della dirimpettaia e la montatura d'occhiali del fruttivendolo in centro.
Riassumiamo la memoria del nostro inconscio in figure stilizzate e scoordinate, ma siamo una frana nelle sinossi.

Siamo completamente folli, ma socialmente accettati. 
Almeno il più delle volte.

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