Sono spari fra la folla.
Sono uccisioni di bambini che se ne vanno in vacanza coi genitori, sono uccisioni di mariti che tornano a casa da lavoro con un mazzo di fiori, sono uccisioni di nonne, che potrebbero essere le nostre, che camminano, piano, per le strade.
Sono guerre in nome di un Dio, che lacrimerebbe se vedesse questo orrore.
Se vedesse l'orrore di oggi e dello scorso 13 novembre.
Non è la guerra che siamo abituati a studiare, quella consumata sui campi di battaglia, fatta di bombe, divise, generali e soldati semplici, mentre intorno c'è la desolazione.
Sono attentati alla nostra quotidianità, alla normalità.
Sono attentati alla felicità di una società, le cui generazioni non hanno mai conosciuto questa guerra.
Le cui generazioni sono state protette dall'orrore, dalla morte.
Ma ora ci è stato strappato questo velo, questa protezione, e ci sentiamo vulnerabili, ci sentiamo neonati nudi, rannicchiati in un angolo di mondo.
L'impotenza.
Il mondo della globalizzazione, dell'alfabetizzazione, il mondo degli studenti Erasmus, non è pronto.
Non è pronto alla barbarie.
Non è pronto perché non l'ha mai conosciuta.
Da generazioni.
Non siamo pronti a guardare in faccia degli esaltati che falciano vite, come se fossero, proprio loro, un qualche dio minore.
Come se a loro spettasse la decisione di far morire ragazzi di vent'anni che ballano a un concerto nel centro di Parigi, oppure famiglie intere sedute a un tavolino per cenare insieme.
Come se spettasse a loro sparare cinque colpi di kalashnikov contro una donna all'ottavo mese di gravidanza.
Ma la cosa che, più di tutto, fa accapponare la pelle, è la casualità.
Non siamo pronti alla casualità.
Non siamo programmati per l'idea che sia possibile, per un essere umano, decidere di porre fine all'esistenza di decine di persone che, per caso, si trovavano di fianco a lui.
Ci fa accapponare la pelle perché potevamo esserci noi lì, quel giorno.O il nostro migliore amico, nostra sorella, nostro padre.
Nessun uomo è un'isola e in ogni attentato siamo morti un po' anche noi.


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