Sono nata nel 1994.
Anno della morte di Massimo Troisi, del suicidio di Kurt Cobain, della scesa in campo di Silvio Berlusconi.
In vita mia le guerre le ho viste solo da lontano, senza che mi toccassero davvero. Le rivoluzioni, anche. Ho conosciuto la crisi economica, la crisi dei valori, il crollo delle élite, l'allungamento della speranza di vita, i progressi della scienza, il complottismo e il populismo. Ma la guerra no. Ho sentito i racconti della guerra, i racconti di mia nonna, di bombe e solidarietà, povertà e coraggio, vita e morte. I libri di storia mi hanno aiutato a capire il mondo per come lo vedo oggi, ma niente, nessun libro, nessuna biografia, mi ha aiutato ad affrontare quello che viviamo in questo momento.
Lo stato tutela il bene comune, difende la salute pubblica, per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana si sono applicate delle limitazioni così grandi. Siamo in quarantena, tutti. Divisi per nuclei familiari, obbligati all'isolamento, per difenderci da un nemico invisibile. Roba da film fantascientifico da seconda serata. Eppure è la realtà. Denunce per chi non rispetta le restrizioni, supermercati svuotati, esercizi commerciali chiusi.
D'improvviso, ci troviamo con noi stessi, nella solitudine e nella lentezza delle cose davvero essenziali. Sospeso il ritmo di lavoro innaturale, sospese le distrazioni.
E guardiamo il mondo dalla finestra delle nostre case, come da bambini. I palazzi di fronte sono le vele di una grande nave, e noi ci navighiamo sopra. Come diceva Lucio. Si muove la città. Anche se è vuota. Case come alveari ci tengono dentro, siamo il miele.
venerdì 13 marzo 2020
mercoledì 4 marzo 2020
Il virus dentro e fuori
Ho la testa che scoppia.
I telegiornali, le testate sul web, i post facebook dei miei contatti. Ovunque si parla di un virus, il covid-19.
E tu che mi leggi, sì anche tu, sai benissimo di cosa sto parlando.
Da poco è il 2020.
Il nuovo decennio ci ha fatto raccogliere molto dell'odio e della distruzione che abbiamo sepolto, più che seminato, negli ultimi cento anni. Ma aldilà dell'emergenza climatica, dei conflitti mondiali, dell'economia, adesso fronteggiamo un pericolo che non immaginavamo di correre.
No, perché ci siamo abituati al progresso, fino a darlo per scontato e, come per tutte le cose scontate, sminuirlo. Così siamo diventati complottisti, no vax, vegani, medici della prima ora se la connessione internet lo permette. Ecco, oggi è successo che, all'improvviso, quella scienza che tanto ci ha abituato ad avere soluzioni, non sa da dove cominciare.
Non parlerò di contagiosità o morbilità del virus, non mi compete. Parlerò dell'aspetto che ha spaventato di più i virologi e gli epidemiologi di tutto il mondo: l'ignoranza. Quello che ha impaurito tutto il mondo scientifico è stato il non avere soluzioni a un rischio, forse non mortale quanto altri in passato, ma reale. Siamo abituati a strategie di prevenzione, previsione di prognosi, trattamento e terapia in protocolli serrati. Siamo abituati a conoscere cause e conseguenze. Siamo stati educati alla non accettazione del dolore o della morte, giustamente consapevoli dei mezzi che l'umanità si è costruita per sopravvivere. Oggi ci troviamo nudi di fronte a qualcosa che non possiamo controllare del tutto, sopraffatti da noi stessi, dalla parte animalesca, irrazionale, dalla forma di paura più antica di tutte.
Questo è il virus dentro, l'istinto di sopravvivenza, che è il più pericoloso.
domenica 1 aprile 2018
Assenze, dinosauri e cactus.
Come sto?
Tutto bene.
Nel senso che va tutto bene veramente.
No, non preoccuparti.
Tutto normale.
Mi alzo, vado all'università, mi incazzo con Trenitalia, mangio, forse troppo, e dormo, forse poco.
Normale.
Studiare è faticoso, in palestra non mi ci hanno visto mai, c'è Silvio in tv.
Normale.
Quotidiano.
Eppure c'è qualcosa.
Qualcosa.
E' che la birra del venerdì sera non è poi così divertente.
La nostra pizzeria preferita non è niente di speciale.
Il cheesecake fa ingrassare.
Il Wi-fi non prende e il dinosauro non riesce a saltare i cactus.
E non trovo quasi mai parcheggio.
E non è che mi mancano tanto i tuoi occhi, quanto il modo in cui i tuoi occhi vedono le cose.
E c'è che io so benissimo che cosa avresti commentato riguardo alle notizie del TG, ce l'ho in testa il tuo sguardo quando faccio una battuta che non fa ridere.
Però tu non ci sei.
E questa pizza non sa di niente.
Il pistacchio non mi piace più.
La primavera non profuma.
Il nostro film preferito non è più lo stesso.
Però sai che c'è?
C'è che questa tristezza me la voglio godere, perché so che finirà.
Io crescerò, tu tornerai.
E la primavera profumerà di nuovo;
io metterò la panna montata su un gelato cioccolato e fragola;
e torneremo a tuffarci in mare con un 5e5 nella pancia.
E non ci avevo mica fatto caso che quando parlo d'amore, parlo anche di cibo.
Tutto bene.
Nel senso che va tutto bene veramente.
No, non preoccuparti.
Tutto normale.
Mi alzo, vado all'università, mi incazzo con Trenitalia, mangio, forse troppo, e dormo, forse poco.
Normale.
Studiare è faticoso, in palestra non mi ci hanno visto mai, c'è Silvio in tv.
Normale.
Quotidiano.
Eppure c'è qualcosa.
Qualcosa.
E' che la birra del venerdì sera non è poi così divertente.
La nostra pizzeria preferita non è niente di speciale.
Il cheesecake fa ingrassare.
Il Wi-fi non prende e il dinosauro non riesce a saltare i cactus.
E non trovo quasi mai parcheggio.
E non è che mi mancano tanto i tuoi occhi, quanto il modo in cui i tuoi occhi vedono le cose.
E c'è che io so benissimo che cosa avresti commentato riguardo alle notizie del TG, ce l'ho in testa il tuo sguardo quando faccio una battuta che non fa ridere.
Però tu non ci sei.
E questa pizza non sa di niente.
Il pistacchio non mi piace più.
La primavera non profuma.
Il nostro film preferito non è più lo stesso.
Però sai che c'è?
C'è che questa tristezza me la voglio godere, perché so che finirà.
Io crescerò, tu tornerai.
E la primavera profumerà di nuovo;
io metterò la panna montata su un gelato cioccolato e fragola;
e torneremo a tuffarci in mare con un 5e5 nella pancia.
E non ci avevo mica fatto caso che quando parlo d'amore, parlo anche di cibo.
sabato 31 marzo 2018
Totipotenza
A 16 anni ho aperto un blog.
Scrivevo di tutto, con un integralismo ideologico che nemmeno io credevo di possedere.
E mi indignavo di fronte a tante cose.
Cose, che oggi ho imparato ad accettare.
Forse sto esagerando con l'accettazione di ciò che va male.
Di questo passo per i 60 anni voterò centro destra.
Ma questa è un'altra storia.
A 16 anni ho aperto un blog.
Mi piaceva difendere ciò che, nell'ordinario, per me era straordinario.
Non avevo idea di cosa o chi sarei diventata, per la verità non lo so nemmeno adesso e la cosa mi piace.
Tento di difenderla con tutta me stessa questa sensazione di incertezza, mi piace sentirla addosso questa totipotenza da cellula staminale, perché è la cosa più vicina che conosco all'essenza della giovinezza.
Insomma a 16 anni ho aperto un blog, a 16 anni scrivevo e scattavo foto. Mi fa tenerezza rivedere ciò che tentavo di creare e insieme mi rassicura, come mi rassicurava allora, l'idea di aver lasciato tracce di me qua e là.
E la traccia più pura di sé che si possa lasciare sono le idee.
Sarà frutto della mia educazione cattolica, di qualche Don troppo ligio nel trasmetterci la fatuità della vita umana, sarà che sono cresciuta in una famiglia di persone molto più adulte di me, ma ho sempre avuto cucito addosso questo sentimento di precarietà, sin da bambina.
L'ossessione di scomparire prima di aver lasciato qualcosa.
E quindi ecco l'idea del blog, che poi è questo qui, molto ripulito dalla saggezza acquisita negli anni.
Forse diventerà una pagina Facebook.
Oppure no.
Scrivevo di tutto, con un integralismo ideologico che nemmeno io credevo di possedere.
E mi indignavo di fronte a tante cose.
Cose, che oggi ho imparato ad accettare.
Forse sto esagerando con l'accettazione di ciò che va male.
Di questo passo per i 60 anni voterò centro destra.
Ma questa è un'altra storia.
A 16 anni ho aperto un blog.
Mi piaceva difendere ciò che, nell'ordinario, per me era straordinario.
Non avevo idea di cosa o chi sarei diventata, per la verità non lo so nemmeno adesso e la cosa mi piace.
Tento di difenderla con tutta me stessa questa sensazione di incertezza, mi piace sentirla addosso questa totipotenza da cellula staminale, perché è la cosa più vicina che conosco all'essenza della giovinezza.
Insomma a 16 anni ho aperto un blog, a 16 anni scrivevo e scattavo foto. Mi fa tenerezza rivedere ciò che tentavo di creare e insieme mi rassicura, come mi rassicurava allora, l'idea di aver lasciato tracce di me qua e là.
E la traccia più pura di sé che si possa lasciare sono le idee.
Sarà frutto della mia educazione cattolica, di qualche Don troppo ligio nel trasmetterci la fatuità della vita umana, sarà che sono cresciuta in una famiglia di persone molto più adulte di me, ma ho sempre avuto cucito addosso questo sentimento di precarietà, sin da bambina.
L'ossessione di scomparire prima di aver lasciato qualcosa.
E quindi ecco l'idea del blog, che poi è questo qui, molto ripulito dalla saggezza acquisita negli anni.
Forse diventerà una pagina Facebook.
Oppure no.
Monologo sulla felicità.
Ho imparato a pensare alle fortune che ho, prima che alle sfortune.
E che la vita è come la prendi.
Lo stesso vale per la felicità.
Siamo noi che decidiamo se essere felici.
Perché il mondo va a puttane, la maggior parte delle volte, e ti capiterà di svegliarti con il nodo alla gola o di non svegliarti affatto, perché l'ansia non ti ha fatto addormentare.
Che la crisi economica non si cura con la tristezza.
Non è semplice. Affatto.
Io per prima non ci riesco.
Ma intanto l'ho capito.
Poi si vedrà.
E che la vita è come la prendi.
Lo stesso vale per la felicità.
Siamo noi che decidiamo se essere felici.
Perché il mondo va a puttane, la maggior parte delle volte, e ti capiterà di svegliarti con il nodo alla gola o di non svegliarti affatto, perché l'ansia non ti ha fatto addormentare.
Ma in questo secondo, adesso, chiediti:Che se qualcosa andrà male domani, ci andrà lo stesso.
che senso ha non essere felici?
Che la crisi economica non si cura con la tristezza.
Non è semplice. Affatto.
Io per prima non ci riesco.
Ma intanto l'ho capito.
Poi si vedrà.
Domani è Pasqua e Lenticchia non c'è più.
Penso alla differenza sottile fra dormire e morire.
Penso che, da fuori, sembra proprio la stessa cosa.
domenica 23 ottobre 2016
Camici blu
C'è odore di sapone.
Il camice monouso blu, quello dei tirocinanti di chirurgia, è due taglie più grande e mi pizzica.
Ci fanno cambiare in uno spogliatoio stretto e lungo, con gli armadietti su entrambi i lati e un corridoio centrale dove può passare una sola persona per volta.
Un'infermiera ci fa segno di seguirla, che siamo già in ritardo.
I pazienti in sala d'aspetto ci osservano, noi camminiamo veloci per la corsia.
In fila, in silenzio.
In chirurgia non si esce, non si mangia, non si va in bagno.
Una volta entrati nel blocco operatorio, si resta nel blocco operatorio.
Si esce dalla porta quando tutti gli interventi sono conclusi.
Regola numero uno: non ostacolare gli interventi.
Non parlare, non intralciare il passo, non lamentarsi.
Regola numero due: farsi da parte, che siamo l'ultimo anello della catena.
Perché prima ci sono gli strutturati, quindi gli specializzandi, poi vengono i masterizzandi, il blocco infermieristico e, infine, i tirocinanti.
Se ci accorgiamo di star male, porre attenzione al rimettere o allo svenire fuori dalla sala.
Ancora una volta badare a perdere coscienza in un punto che non intralci l'intervento.
Eccoci.
Le parole dell'infermiera sembrano già lontane.
Luci accese, teli verdi.
La mia prima sala operatoria.
Le gambe mi tremano più del solito, ho mal di pancia.
Combatto con le ciocche asimmetriche che scappano fuori dalla cuffia, le spingo dentro.
Accarezzo la porta, l'anta si apre.
Il chirurgo ci accoglie, somiglia a mio padre.
La specializzanda inietta l'anestetico, la paziente agita i piedi, dentro un paio di Converse rosse, numero 37.
Ne ho un paio identico.
La paziente è piccola, tredici anni al massimo, pallida, stringe le mani, l'una contro l'altra, con le dita intrecciate, a darsi coraggio a vicenda.
Forbici, bisturi, leve.
Comincia l'intervento e io mi mantengo in un angolo, guardo le immagini filtrate dalla ripresa di una telecamera e proiettate su uno schermo a parete.
Non voglio guardare.
E se mi facesse impressione?
E se cadessi a terra prima di raggiungere la porta?
Sai che figura di merda.
Poi, passa.
Non so dire precisamente quando.
Non so capirne in perché esatto.
Ma passa.
Passa il mal di stomaco, passano le ansie.
Passano perché guardo la paziente.
Passano perché vedo una ragazzina che fa smorfie di dolore; passano perché vedo una persona che probabilmente ha le mia stessa paura di fare una figuraccia, di mettersi a piangere o di svenire.
Passano perché in quel momento è sola e forse desidererebbe solo gridare, chiudere gli occhi e fingere di essere da un'altra parte, invece è stesa sul lettino, coperta da teli verdi e non ha altro che noi.
Passano perché nella stanza accanto ci sono un paio di genitori preoccupati, che fanno su e giù.
Passano perché c'è qualcuno che ha bisogno di me e non c'è spazio per la paura.
Il camice monouso blu, quello dei tirocinanti di chirurgia, è due taglie più grande e mi pizzica.
Ci fanno cambiare in uno spogliatoio stretto e lungo, con gli armadietti su entrambi i lati e un corridoio centrale dove può passare una sola persona per volta.
Un'infermiera ci fa segno di seguirla, che siamo già in ritardo.
I pazienti in sala d'aspetto ci osservano, noi camminiamo veloci per la corsia.
In fila, in silenzio.
In chirurgia non si esce, non si mangia, non si va in bagno.
Una volta entrati nel blocco operatorio, si resta nel blocco operatorio.
Si esce dalla porta quando tutti gli interventi sono conclusi.
Regola numero uno: non ostacolare gli interventi.
Non parlare, non intralciare il passo, non lamentarsi.
Regola numero due: farsi da parte, che siamo l'ultimo anello della catena.
Perché prima ci sono gli strutturati, quindi gli specializzandi, poi vengono i masterizzandi, il blocco infermieristico e, infine, i tirocinanti.
Se ci accorgiamo di star male, porre attenzione al rimettere o allo svenire fuori dalla sala.
Ancora una volta badare a perdere coscienza in un punto che non intralci l'intervento.
Eccoci.
Le parole dell'infermiera sembrano già lontane.
Luci accese, teli verdi.
La mia prima sala operatoria.
Combatto con le ciocche asimmetriche che scappano fuori dalla cuffia, le spingo dentro.
Accarezzo la porta, l'anta si apre.
Il chirurgo ci accoglie, somiglia a mio padre.
La specializzanda inietta l'anestetico, la paziente agita i piedi, dentro un paio di Converse rosse, numero 37.
Ne ho un paio identico.
La paziente è piccola, tredici anni al massimo, pallida, stringe le mani, l'una contro l'altra, con le dita intrecciate, a darsi coraggio a vicenda.
Forbici, bisturi, leve.
Comincia l'intervento e io mi mantengo in un angolo, guardo le immagini filtrate dalla ripresa di una telecamera e proiettate su uno schermo a parete.
Non voglio guardare.
E se mi facesse impressione?
E se cadessi a terra prima di raggiungere la porta?
Sai che figura di merda.
Poi, passa.
Non so dire precisamente quando.
Non so capirne in perché esatto.
Ma passa.
Passa il mal di stomaco, passano le ansie.
Passano perché guardo la paziente.
Passano perché vedo una ragazzina che fa smorfie di dolore; passano perché vedo una persona che probabilmente ha le mia stessa paura di fare una figuraccia, di mettersi a piangere o di svenire.
Passano perché in quel momento è sola e forse desidererebbe solo gridare, chiudere gli occhi e fingere di essere da un'altra parte, invece è stesa sul lettino, coperta da teli verdi e non ha altro che noi.
Passano perché nella stanza accanto ci sono un paio di genitori preoccupati, che fanno su e giù.
Passano perché c'è qualcuno che ha bisogno di me e non c'è spazio per la paura.
domenica 9 ottobre 2016
Café Society e l'eterno eco della nostalgia
New York, anni Trenta.
Un giovane Bobby Dorfan lascia l'attività del padre per trasferirsi ad Hollywood, California, in cerca di un impiego presso l'ufficio dello zio.
Presto, Bobby, si ritrova solo nell'ambiente snob di Beverly Hills, fino a quando la conoscenza di Vonny, segretaria ed amante dello zio, stravolgerà la sua vita.
Una commedia brillante, frizzante, intrisa di storia e leggerezza.
E' impossibile non innamorarsi di ambientazioni e costumi, del jazz e dello scotch, del fascino e del mistero dell'alta società Newyorkese degli anni Trenta.
Sembra che Woody Allen si sia abbandonato a una dichiarazione d'amore totale verso un'epoca, la sua età dell'oro (come aveva avuto modo di definirla nel film "Midnight in Paris" ndr), in cui Allen si immerge; quell'epoca in cui avrebbe voluto vivere e verso la quale prova un senso di malinconia unico, perché diretto verso un tempo in cui non ha mai vissuto davvero.
E Allen ci riesce.
Perché dalla poltroncina di un cinema sei trasportato sul divanetto in pelle zebrata del locale più in di Manhattan, il Café Society, a sorseggiare Champagne, mentre la voce del narratore scivola, come di velluto, e accompagna un background di storie, di vite, che si alternano veloci attorno al bancone di un bar, al suono del jazz.
L'atmosfera è ovattata, sempre elegante, e ricorda il cinema di quel periodo, fatto di grandi dive e silenzi.
Gli ambienti sono fumosi, le emozioni non lasciano mai spazio al pathos estremo, si gioca sul significato di leggerezza, sorretto da una ironia velata, sempre intelligente.

E' l'eterno eco, l'amplificazione, di un'inettitudine ad amare e ad essere amati, che è una costante di Allen.
Ma l'impossibilità di possedere ciò che si desidera, diventa quasi un'opportunità, che lascia al protagonista il privilegio della dimensione del sogno.
In altre parole, ancora una volta, dona il privilegio della malinconia.

domenica 21 agosto 2016
Calcutta: cantautorato di strada e ritorno alle origini
Quando incontri uno come Calcutta (al secolo Edoardo D'Erme), che sia dal prato fronte palco in un suo concerto estivo, o al bancone di un pub in un fine settimana, inevitabilmente te lo chiedi:
La risposta non arriva subito, come succede per tutti gli artisti complessi; o come succede la prima volta che ascolti i suoi pezzi.
Sei tentato dall'idea che si tratti dell'ennesimo cantautore indie, di questa nuova generazione di artisti postmoderni che adora crogiolarsi in un finto intellettualismo, per contestare la società, ma che poi, in fondo, si limita a buttare giù testi non-sense e a mettersi nella posizione del "contro" a priori.
Un conformismo da anticonformisti.
Ma Calcutta è diverso.
Te lo immagini subito mentre canta un suo pezzo a Latina; mentre suona con la destra la chitarra e con la sinistra regge un bicchiere di rosso.
Lo vedi sui marciapiedi, lo vedi nei pub, nei locali, nelle osterie.
Che dai radical chic non ha ereditato nulla.
E' un cantautore di strada, un cane randagio, uno che vive di musica, senza fartelo pesare.
E' sfaccettato, una pietra grezza da non levigare, intelligente, a tratti pungente.
Ti si presenta davanti e comincia a cantare, con tutta la naturalezza del mondo, come se venisse a bere un caffè al bar, di fronte a centinaia di persone.
Non si prende sul serio e questo lo rende ancor più geniale.
E' una ventata d'aria fresca - o meglio, di verità - nel panorama musicale italiano, che è di plastica, che è otturato come da concrezioni, che è commerciale, composto da suoni di default e parole svuotate.
Quando lo ascolti live, torni a casa con la convinzione che forse non avesse idea di ciò che stesse facendo, per la metà del tempo, ma lo stesse facendo bene.
Calcutta trascina, è l'amico con cui ti ritrovi a stonare qualche nota in macchina, nel ritorno a casa dopo qualche birra.
Poi, parcheggiata l'auto in garage, ti stendi sul letto e pensi ai testi, alla qualità di un cantautore diverso, che, senza darsi il tono semi-profetico di qualche artista alternativo emergente, demolisce con l'ironia ogni singolo mattone della società moderna.
E allora vedi l'ipocrisia nella famiglia della sua ex, nel pezzo Limonata, con la madre fedele ai pellegrinaggi a Medjugorje e il padre, ascoltatore di De Gregori, mentre intorno a loro ruota tutto lo strano universo dei salotti borghesi di provincia, di una vita a dieta, di rinuncia, BMW e contraddizioni.
Oppure noti la regressione, il ritorno al verde. In un'opera che è di pulizia, di semplificazione.
Si lava la bocca dagli stereotipi, demolisce i luoghi comuni e cerca la verità, che ritrova nel contatto con la natura più primitiva.
"Preferirei perderti nel bosco, che per un posto fisso", Del Verde.
Perché Calcutta è imperfetto, un po' svampito, buffo, sicuramente impacciato, a tratti stonato, come le sue canzoni.
Ma è autentico.
E a fine serata non puoi che volergli bene, come a un vecchio compagno di scuola.
Ma il Calcutta artista è anche un poeta di strada, stralunato e dissacrante, e noi ne abbiamo un disperato bisogno.
Ha molto ancora da raccontare, e noi ci crediamo, ci speriamo ancora, perché possa mantenere la propria incontaminazione... almeno fino al prossimo album.
La risposta non arriva subito, come succede per tutti gli artisti complessi; o come succede la prima volta che ascolti i suoi pezzi.
Sei tentato dall'idea che si tratti dell'ennesimo cantautore indie, di questa nuova generazione di artisti postmoderni che adora crogiolarsi in un finto intellettualismo, per contestare la società, ma che poi, in fondo, si limita a buttare giù testi non-sense e a mettersi nella posizione del "contro" a priori.
Un conformismo da anticonformisti.
Ma Calcutta è diverso.
Te lo immagini subito mentre canta un suo pezzo a Latina; mentre suona con la destra la chitarra e con la sinistra regge un bicchiere di rosso.
Lo vedi sui marciapiedi, lo vedi nei pub, nei locali, nelle osterie.
Che dai radical chic non ha ereditato nulla.
E' un cantautore di strada, un cane randagio, uno che vive di musica, senza fartelo pesare.
E' sfaccettato, una pietra grezza da non levigare, intelligente, a tratti pungente.
Ti si presenta davanti e comincia a cantare, con tutta la naturalezza del mondo, come se venisse a bere un caffè al bar, di fronte a centinaia di persone.
Non si prende sul serio e questo lo rende ancor più geniale.
E' una ventata d'aria fresca - o meglio, di verità - nel panorama musicale italiano, che è di plastica, che è otturato come da concrezioni, che è commerciale, composto da suoni di default e parole svuotate.
Quando lo ascolti live, torni a casa con la convinzione che forse non avesse idea di ciò che stesse facendo, per la metà del tempo, ma lo stesse facendo bene.
Calcutta trascina, è l'amico con cui ti ritrovi a stonare qualche nota in macchina, nel ritorno a casa dopo qualche birra.
Poi, parcheggiata l'auto in garage, ti stendi sul letto e pensi ai testi, alla qualità di un cantautore diverso, che, senza darsi il tono semi-profetico di qualche artista alternativo emergente, demolisce con l'ironia ogni singolo mattone della società moderna.
E allora vedi l'ipocrisia nella famiglia della sua ex, nel pezzo Limonata, con la madre fedele ai pellegrinaggi a Medjugorje e il padre, ascoltatore di De Gregori, mentre intorno a loro ruota tutto lo strano universo dei salotti borghesi di provincia, di una vita a dieta, di rinuncia, BMW e contraddizioni.
Oppure noti la regressione, il ritorno al verde. In un'opera che è di pulizia, di semplificazione.
Si lava la bocca dagli stereotipi, demolisce i luoghi comuni e cerca la verità, che ritrova nel contatto con la natura più primitiva.
"Preferirei perderti nel bosco, che per un posto fisso", Del Verde.
Perché Calcutta è imperfetto, un po' svampito, buffo, sicuramente impacciato, a tratti stonato, come le sue canzoni.
Ma è autentico.
E a fine serata non puoi che volergli bene, come a un vecchio compagno di scuola.
Ma il Calcutta artista è anche un poeta di strada, stralunato e dissacrante, e noi ne abbiamo un disperato bisogno.
Ha molto ancora da raccontare, e noi ci crediamo, ci speriamo ancora, perché possa mantenere la propria incontaminazione... almeno fino al prossimo album.
martedì 22 marzo 2016
Nessun uomo è un'isola
Sono spari fra la folla.
Sono uccisioni di bambini che se ne vanno in vacanza coi genitori, sono uccisioni di mariti che tornano a casa da lavoro con un mazzo di fiori, sono uccisioni di nonne, che potrebbero essere le nostre, che camminano, piano, per le strade.
Sono guerre in nome di un Dio, che lacrimerebbe se vedesse questo orrore.
Se vedesse l'orrore di oggi e dello scorso 13 novembre.
Non è la guerra che siamo abituati a studiare, quella consumata sui campi di battaglia, fatta di bombe, divise, generali e soldati semplici, mentre intorno c'è la desolazione.
Sono attentati alla nostra quotidianità, alla normalità.
Sono attentati alla felicità di una società, le cui generazioni non hanno mai conosciuto questa guerra.
Le cui generazioni sono state protette dall'orrore, dalla morte.
Ma ora ci è stato strappato questo velo, questa protezione, e ci sentiamo vulnerabili, ci sentiamo neonati nudi, rannicchiati in un angolo di mondo.
L'impotenza.
Il mondo della globalizzazione, dell'alfabetizzazione, il mondo degli studenti Erasmus, non è pronto.
Non è pronto alla barbarie.
Non è pronto perché non l'ha mai conosciuta.
Da generazioni.
Non siamo pronti a guardare in faccia degli esaltati che falciano vite, come se fossero, proprio loro, un qualche dio minore.
Come se a loro spettasse la decisione di far morire ragazzi di vent'anni che ballano a un concerto nel centro di Parigi, oppure famiglie intere sedute a un tavolino per cenare insieme.
Come se spettasse a loro sparare cinque colpi di kalashnikov contro una donna all'ottavo mese di gravidanza.
Ma la cosa che, più di tutto, fa accapponare la pelle, è la casualità.
Non siamo pronti alla casualità.
Non siamo programmati per l'idea che sia possibile, per un essere umano, decidere di porre fine all'esistenza di decine di persone che, per caso, si trovavano di fianco a lui.
Ci fa accapponare la pelle perché potevamo esserci noi lì, quel giorno.O il nostro migliore amico, nostra sorella, nostro padre.
Nessun uomo è un'isola e in ogni attentato siamo morti un po' anche noi.
lunedì 8 febbraio 2016
Autoritratto di uno scrittore latitante
Siamo assemblatori di facce.Ricombinatori impazziti di lineamenti, di baffi, di orecchie, di sopracciglia.
Allestiamo a casaccio frammenti di vita usando tasselli di realtà che appartengono a qualcun altro e che noi abbiamo rubato.
Siamo scrittori.
Siamo programmatori di realtà irreali.
Come gli informatici.
Fabbrichiamo personaggi, commedie, tragedie.
Ma non siamo degli illuminati.
Non siamo Dio.
La maggior parte del tempo non abbiamo la minima idea di quello che stiamo facendo.
Il resto del tempo ci fasciamo il capo su beghe di stile.
Siamo sognatori su carta.
Siamo irrazionali, arroganti, visionari, egocentrici.
La verità è che non inventiamo nulla.
Valgono per noi le leggi che, nelle neuroscienze, governano il sogno.
Allineiamo frammenti di luoghi visitati in chissà quale vita, vi inseriamo delle controfigure con il taglio di capelli della cassiera del bar di fronte casa, il timbro di voce della dirimpettaia e la montatura d'occhiali del fruttivendolo in centro.
Riassumiamo la memoria del nostro inconscio in figure stilizzate e scoordinate, ma siamo una frana nelle sinossi.
Siamo completamente folli, ma socialmente accettati. Almeno il più delle volte.
domenica 2 marzo 2014
La Grande Bellezza
Una Roma Felliniana, alla quale di principesco è rimasta solo la storia.
Un dandy moderno, interpretato da un intenso Toni Servillo, alla ricerca della Bellezza. Un esteta, che indaga il paradosso dell'esistenza: dall'eros, all'arte, dalla sacralità, alla mondanità. Ma al termine di un'esplorazione che dura una vita, sembra aver perso qualcosa: se stesso.
Un viaggio di introspezione dunque, rapido, veloce, attraverso la follia della nostra epoca.
Un circo di maschere, nessun protagonista soltanto comparse, sono queste le ombre che si aggirano nella Roma dissoluta dei nostri giorni, che tra le statue di marmo e la perfezione monumentale che la contraddistingue porta in superficie tutte le contraddizioni care anche alla nostra quotidianità.
Colossale nella sua verità, Sorrentino è riuscito nel difficile compito di non scadere in facili sentenze, racconta con occhio alla profondità dei gesti e lascia a chi osserva la fotografia di un declino.

Insieme alla decadenza sociale, Sorrentino tocca con nuova delicatezza, il microcosmo che interessa la sfera della religiosità, che a Roma va, fisicamente e non, a risiedere.
Durante tutta la pellicola vediamo come il vivere dei nostri protagonisti sia affiancato da quello di una religiosità composita: fatta di suore di clausura e ritiro spirituale, fatta di cardinali con ben poca tendenza al trascendente e fatta, soprattutto, di santità.
Nella seconda metà del film possiamo infatti assistere alla comparsa della figura quasi mistica della suora considerata già "santa", che va a costituire un esempio dell'autentica bellezza ricercata dal protagonista. Ecco forse una definizione che possiamo dare di Bellezza è proprio quella di autenticità: è bello ciò che non è artefatto, ciò che è reale, perfino nella propria imperfezione, è bello ciò che è autentico nella propria essenza.

-"È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L'emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell'imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c'è l'altrove. Io non mi occupo dell'altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco."
Un trucco dunque, un gioco di specchi, un'illusione, è questo che il nostro viaggiatore va a scoprire al termine della propria ricerca: che la Bellezza sono sprazzi di verità, come quelle scaglie di mare che Montale intravedeva tra le fronde oltre la cima di cocci aguzzi di bottiglia della muraglia.
Sprazzi, attimi, flash di realtà, nascosti sotto il trambusto della mondanità.
Come lei: Ramona.
Assurdo come l'unico personaggio dallo spessore umano risulti essere proprio lei, trascinata nei salotti della Roma bene dai locali malfamati in cui sotto l'occhio del padre si esibiva. Ed è proprio lei, circondata da critici d'arte, romanzieri e artisti, a dimostrare, sola, quella sensibilità, propria per ammissione anche dello stesso protagonista. Interpretata da Sabrina Ferilli, è lei, Ramona, colei che accudisce il viaggiatore, che ha cura di lui con una semplicità ed una naturalezza che mai nessuno gli aveva dedicato prima.giovedì 27 febbraio 2014
Venti primavere e qualche sogno di troppo.
Teenage Wasteland cantavano già i The Who nei favolosi 70'ies.
In questi termini, secondo tradizione, la generazione adulta considera da sempre quella del futuro: desolazione.
In questi termini, secondo tradizione, la generazione adulta considera da sempre quella del futuro: desolazione.
Una folla di Peter Pan con la fobia di maturare, di prendere in mano la propria vita e fare qualcosa per cui il mondo possa ricordarli. Tanti piccoli Pinocchio alla ricerca di un irreale paese di soli balocchi, per esorcizzare la paura, l'incompiutezza di fronte ad una vita che, a vent'anni, non si può saper gestire.
Et voilà servita la ricetta pronta per la felicità, sembrerebbe così semplice, a tratti a portata di mano.
Ma io, che queste venti primavere me le vivo sulla pelle, mi accorgo che così semplice non è.
Anzi. La peculiarità più autentica di noi ventenni è la complessità.
Parlando in termini di venti primavere il pensiero non può che andare ad un non troppo lontano 1994, quando io mi apprestavo a viverla la mia prima primavera.
Un anno caro alla storia Italiana, l'anno della svolta, che avrebbe cambiato noi, gli Italiani, per sempre. Sì, perché non si può parlare dei miei, dei nostri vent'anni, senza riflettere sul mondo che circonda i nostri occhi inesperti di adolescenti. In sostanza, per quanto disprezzi doverne parlare, non posso non nominare il Signor B. .
Svolta insomma, senza dubbio, ma bisogna valutare in quale direzione. Oggi se paragono i miei vent'anni con quelli di un comune ragazzo vissuto nel 1968 mi vengono i brividi.
Et voilà servita la ricetta pronta per la felicità, sembrerebbe così semplice, a tratti a portata di mano.
Ma io, che queste venti primavere me le vivo sulla pelle, mi accorgo che così semplice non è.
Anzi. La peculiarità più autentica di noi ventenni è la complessità.
Parlando in termini di venti primavere il pensiero non può che andare ad un non troppo lontano 1994, quando io mi apprestavo a viverla la mia prima primavera.
Un anno caro alla storia Italiana, l'anno della svolta, che avrebbe cambiato noi, gli Italiani, per sempre. Sì, perché non si può parlare dei miei, dei nostri vent'anni, senza riflettere sul mondo che circonda i nostri occhi inesperti di adolescenti. In sostanza, per quanto disprezzi doverne parlare, non posso non nominare il Signor B. .
Svolta insomma, senza dubbio, ma bisogna valutare in quale direzione. Oggi se paragono i miei vent'anni con quelli di un comune ragazzo vissuto nel 1968 mi vengono i brividi.
Stiamo vivendo la recessione... etica, inaugurata senza nemmeno troppi dubbi quel fatidico giorno del 1994. Catastrofismo? Non credo. Perché dietro alla storia di una persona, c'è la storia del suo paese,sempre.
I ruggenti anni 2000 si sono e si stanno faticosamente trascinando tra qualunquismo, populismo e rassegnazione nelle loro definizioni più concrete di cessazione di qualunque tipo di sogno.
Lentamente ci siamo adagiati in un facile pensiero di rassegnazione e perdita di fiducia, tanto che adesso, nel 2014, sognare sembra non appartenere più al nostro dizionario di vita.
I ruggenti anni 2000 si sono e si stanno faticosamente trascinando tra qualunquismo, populismo e rassegnazione nelle loro definizioni più concrete di cessazione di qualunque tipo di sogno.
Lentamente ci siamo adagiati in un facile pensiero di rassegnazione e perdita di fiducia, tanto che adesso, nel 2014, sognare sembra non appartenere più al nostro dizionario di vita.
Ma venuto mediaticamente a mancare il Signor B. cosa abbiamo fatto? Assolutamente nulla. Arroccati nella convinzione che niente può cambiare, abbiamo perso la speranza e la voglia di rendere ogni giorno un po' migliore del precedente.
Poi un giorno arriva questo tizio qui, un po' malato di sogni e pericolosamente vicino alla passione per ciò che fa, quel sentimento carico di idee e voglia di cambiare il mondo, rimasto ahimè estraneo all'Italia per troppi anni.
Poi un giorno arriva questo tizio qui, un po' malato di sogni e pericolosamente vicino alla passione per ciò che fa, quel sentimento carico di idee e voglia di cambiare il mondo, rimasto ahimè estraneo all'Italia per troppi anni.
Ma la congestione è troppo forte.
Come fare a tornare a sognare?
Nel 2014 ci si sente in colpa anche solo a pensarlo.
Cazzate, illusioni, roba da venti primavere.
Forse! Ma sapete cosa? Parafrasando l'immensa pellicola de l'Attimo Fuggente e l'indimenticabile Prof Keating, credo che ogni ragazzo, ogni uomo, debba tenere a mente sempre quanto sia la poesia ciò che lo rende uomo.
Ma cos'è la poesia? Ecco! Io per poesia intendo introspezione e soprattutto un mezzo tramite il quale condivedere sentimenti, speranze e sogni.
Ecco è questo quello che intendo dire, che per me queste venti primavere devono essere poesia, che ogni dettaglio, dai più piccoli, ai più importanti della nostra vita devono essere poesia, i nostri desideri, i sogni devono essere espressi, gridati al mondo, perché non rimangano chiusi in un cassetto o, ancora peggio, repressi per paura di un fallimento.
La politica stessa è poesia, forse in una delle sue forme più nobili: prende i sogni di ognuno, piccoli pezzi, versi, e li concretizza in un complesso unico, una composizione fatta di piccole testimonianze, tasselli, rime.
La politica stessa è poesia, forse in una delle sue forme più nobili: prende i sogni di ognuno, piccoli pezzi, versi, e li concretizza in un complesso unico, una composizione fatta di piccole testimonianze, tasselli, rime.
È una poesia che viene vissuta in ogni attimo, che viene vissuta da interi popoli insieme, in una sincronia rara.
Venti primavere e qualche sogno di troppo, ma forse sono tutto ciò che può salvarmi. Salvarci.
giovedì 18 ottobre 2012
Ode al Caffè
Lungo, macchiato, espresso, corto, amaro, dolcissimo.
Chicchi color cioccolato d'energia, forza vitale, dall'aroma inconfondibile.
Il caffè made in Italy è più di una tradizione, è un vero e proprio stile di vita, stravolto ed omologato all'estero dalla famosa catena Starbucks.
Nulla da togliere a Frappuccini, Frullati alla panna e simili, ma il gusto del caffè italiano è un'altra cosa.

Adorato dagli intellettuali di ogni tempo per i propri effetti stimolatori del pensiero, diviene in piena atmosfera Illuministica, il simbolo stesso della cultura, del confronto di idee.
Più che un momento, un rito, quello del caffè, capace di stabilire armonia fra corpo e mente, risulta perfetto per l'arricchimento reciproco, per lo scambio ideologico, per la riunione di una comunità ermeneutica di condivisione.
L'unicità del rito del caffè sta anche nella propria versatilità e quotidianità: un gelido pomeriggio d'inverno diviene tiepido se trascorso sorseggiando una tazza di caffè comodamente avvolti in una morbida coperta di pile, ogni giornata, anche apparentemente la più nera, inizia col piede giusto se affrontata con la dolcezza di un cornetto e l'aroma inconfondibile di un espresso doc. , il pomeriggio di studio più interminabile ci si profila davanti meno impossibile da sostenere con lo sprint irrinunciabile di un buon macchiato.

C'è infatti da precisare che il caffè è il migliore amico di noi studenti disperati, risorsa irrinunciabile e gradita, simbolo di break, di ritaglio di un po' di tempo per se stessi, di gusto intenso e.. vitalità!
Per questi motivi ho deciso di dedicare a Lui quest'ode, al nostro inseparabile compagno di vita.
La mia è una vera e propria Dichiarazione d'Amore, dichiarazione espressa da mille altri caffeinomani di ogni epoca prima di me.
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